Sono le quattro meno dieci.

by roiability on marzo 13, 2013

Shh.. piano…non lo svegliare… piano ho detto.

Io adesso, mentalmente, sono lì.

Sono le 4 meno dieci. Sono in studio, sono le 4 meno dieci e come al solito non ho ancora cominciato a fare un cazzo.
Sono in studio sono le 4 meno dieci e regna un silenzio tombale e io come al solito non ho ancora cominciato a fare un cazzo.
Stamattina tra l’altro (cosa mi sarà preso?) sono arrivata alle nove e un quarto. Le nove e un quarto. Lo ridico? Le nove e un quarto. Praticamente alle undici e mezzo avevo già prodotto il Pil annuale del Messico (vabe’ non è che potevo dire la Cina!) e volevo già tornare a casa. Poi vabe’, dici, pranzo, massì, mangio qualcosa, però qualcosa di buono, checcazzo, che sono a casa da tre giorni a mangiare minestrina (non è vero! ieri ho mangiato i moscardini colle patate ma voi non lo sapete!), dopo tre giorni di malattia ci vuole una cosa sostanziosa, una cosa che tiri su, voglio dire, per affrontare questa lunga giornata mi servono energie! Presto!!
E poi l’ho fatto: sono scesa al bar e mi sono fatta sedurre dalla cotoletta con la mozzarella filante e i pezzetti di pomodoro. Sì, quella leggera. Quella che ti servono con un chilo di pane. Quella che senza pane è praticamente impossibile mandarla giù. Quella col peso specifico del piombo. Quella.
Poi ho sacrificato il mio pompelmo rituale, squartandolo in pezzi grondanti, per soddisfare il mio fabbisogno di vitamine (eh, oh).
E ora, incredibilmente, sono in modalità risparmio energetico. Ma così risparmio che quando mi sono girata per rispondere al capo che mi dava alcune commissioni da fare lui se ne era già andato.
Dopodiché, graziealcielo, si è chiuso nella sua stanza.
Sono in studio sono le 4 meno dieci, regna un silenzio tombale, il capo è chiuso nella sua stanza e io come al solito non ho ancora cominciato a fare un cazzo.
Quindi tutti zitti per favore non fate rumore altrimenti si sveglia.

COMMON GROUND 13a Biennale di Architettura, Venezia

by roiability on novembre 10, 2012

 

il set completo qui: venezia

La gloriosa rinascita del peperone ripieno.

by roiability on novembre 4, 2012

Una decina di giorni fa un paio d’amici miei hanno voluto creare un foodblog, che adesso è molto di moda, però hanno deciso di metterci dentro delle storie. E questa è la mia.

 

 

Quando ho compiuto 25 anni ho voluto fare una festa – cosa c’entra coi peperoni? Diranno i miei stolidi amici, ebbene c’entra moltissimo, giacché quella che vado a narrare è la lunga storia dei peperoni ripieni alla Roiella. I peperoni ripieni hanno in sé quella giustezza che solo il verduro maschio può contenere, e un interno di grande contenuto che altri verduri non si azzarderebbero.Ebbene quel lontano 24 luglio (segnatevelo, è impo) la giovane ma ormai adulta Roi decise di preparare per sé e per alcuni selezionati amici talune prelibatezze culinarie tipiche delle brave massaie, al fine di convincere anche i più scettici che ella fosse donna a tutto tondo. Si prodigò quindi la fanciulla (che poi sono io) nella preparazione meticolosa di una classica lasagna al forno (balsamella included), dell’hummus di tradizione israelita e d’una Sacher di rara prelibatezza e poi fu colta da un dubbio. Tentare o non tentare la preparazione d’un nuovo e azzardato prodotto cuciniero, una prova d’artista e insieme grande affermazione d’abilità? L’audace fanciulla ci si provò.

Percorse le sudate carte alla ricerca d’una preparazione che potesse altresì prestarsi alla consumazione non istantanea, che s’adattasse ad essere gustata nelle dimore bucoliche ove il rito andava a prepararsi il convito.
Fu ella sedotta dal desiderio di rendere omaggio alla nobile solanacea, dal progetto di premiarla e altresì esaltarla e farne gustare le polpe delicate ai suoi commensali.
Il destino infausto le suggerì un risotto formaggioso, il quale presto si rapprese e raffreddandosi divenne ottimo per il fissaggio di alcune mensole traballanti. Fortuna che alla festa non mancava il vino.

Memore di tale sventurata occasione, la ragazza mai si sognò neppure lontanamente di cucinare mai più alcunché di ripieno, finché non incontro delle piccole zucchine tonde ed ebbe come un’epifania. Lei avrebbe riscattato il tristo pepperone nella gloria del forno. La signorina zucchina avrebbe lei stessa sacrificandosi all’uopo vendicato la dignità ripiena d’altre verdure tradita. Così fu fatto: la zucchina fu riempita di carne trita, a seguito dello sbollentamento, e grande fu la maestosità e il successo della prova. Forte di quest’esperienza, io, che sono la fanciulla, mi volli lanciare in un nuovo azzardo. A qualche anno di distanza dagli episodi or ora narrati mi ritrovai in un frigo brulicante di verdure in fin di vita e come sempre alle dieci di sera mi apprestai al sovvertimento della cucina, con buona pace di quello che mi sta appresso.
L’ispirazione mi aveva colto al mattino e io l’avevo rifiutata, poi accarezzata, e infine abbracciata al suon di “ma a me chemmefrega!”.

Lavai, allora, li signori peperoni rossi, li posi in pentola a sbollentarcisi, dopo qualche minuto (il tempo di cercare una playlist adatta su youtube) li levai e cercai di levar loro la pelle, invocai lo signore per via di quanto cazzo scottavano, poi mi rassegnai e mi dedicai al ripieno.
Codesto voleva essere a base di pane, essendo che non tenevo manco un poco di carne trita, coll’unione di un po’ d’ovo a e di una certa signora scamorza che il mio uomo compra sperando di mangiarsela e io gli faccio regolarmente sparire.

Unito quindi il composto in un piatto fondo, previo sbattimento di uova, vi si aggiunga a piacimento la maggiorana (che i liguri mi dicono essere ottima nei ripieni verdurieri) salepepe com’al solito; si proceda quindi a disporre li peperoni tagliati a metà (levate i semi) su di una casseruola oliata, ove li peperoni andranno imboccati a cucchiaiate del composto preparato – mi raccomando a raso ché l’uovo in cottura si dà delle arie.
Visto che mi seccava di accendere il forno per tale fallimentare progetto (è importante partire ottimisti) misi la casseruola sul forno un po’ alto e quivi ce la lasciai finché non mi ricordai di avercela lasciata.

Il risultato (gustato il giorno successivo) fu tale e tanto che la dignità del peperone ne uscì rinata, ma che dico rinata? Rinata.

 

[post originale qui http://www.bruttochef.it/la-gloriosa-rinascita-del-peperone-ripieno/ ]

Canzoni incoverizzabili vol.1

by roiability on novembre 2, 2012

 

Hey Jude è una canzone storica, una canzone bellissima, semplice e meravigliosa.
Una di quelle che è impossibile replicare senza sentirsi un po’ colpevole e indegni.
Ecco, io ne ho registrato un pezzo. Però male.

 

Hey Jude

Elogio della corsa ignorante

by roiability on ottobre 30, 2012

Questa è una cosa che ho scritto per Runnerds un mesetto fa.

 

 

Sainte Adresse, un posto di correre in Normandia.

Io a correre non sono mica capace.

No, veramente.

Io ho cominciato a correre quando andavo all’università, non mi ricordo perché, un giorno mi è venuta questa cosa e ho detto ‘Io adesso vado a correre’.
Ho infilato le vecchie scarpe della pallavolo, ho preso l’ipod e sono uscita. Ho detto boh, magari faccio il giro dell’isolato. Poi ho corso una mezzoretta, anche se dopo dieci minuti mi mancava il fiato e mi tenevo forte la milza.
Allora la volta dopo ho detto ‘parto piano, così non mi fa male’. E ha funzionato.
Piano piano mi sono allungata e invece delle case arrivavo a vedere la campagna, era bello, di solito c’era il tramonto in fondo ai campi, qualche signore con la bicicletta.
Era bella questa sensazione di allontanamento; dai rumori di casa, dai disegni da fare, gli esami da preparare, dalle richieste di mia madre e i casini dei miei fratelli.
L’ora di corsa non era tanto un fatto atletico, quanto più un momento di riposo e di svuotamento.
Poi se ci andavi agli orari strani di me studente capitava che non ci fosse proprio nessuno-nessuno e allora potevo anche cantare e ballicchiare (con buona pace del fiato)(miei preferiti di allora: vinicio e la gianna, gran correre veramente).
Era un tempo bellissimo, un tempo dedicato a me, alla musica, alla campagna.

Poi mi son trasferita in città e sembrava che non si potesse più, ma una volta arrivata la stagione dei risvegli le mie gambe son partite da sole e mi sono ritrovata sgambettante al Campo dei Fiori (oggi parco Giovanni Testori) in mezzo ai vecchietti a passeggio, ai sudamericani riuniti. Poi mi son spostata di nuovo e di parchi vicini ce n’è pochi e insomma sembrava difficile ma io lo stesso: infilo le scarpe, prendo l’ipod e vado; sul marciapiede, facendo avanti e indietro in attesa del semaforo, tirando in attraversamento e poi prendendo fiato nelle vie deserte.

C’è che quando uno corre, corre.
E anche se rispetto agli altri son lenta – una volta mi ricordo che ho fatto un chilometro in sette minuti oh!- e che non mi piace andar forte perché poi mi viene in fiatone e però le articolazioni si affaticano e allora ho male alle ginocchia per un mese, vabe’, anche se, io, comunque, corro.

 

[il post originale è qua runnerds.it/elogio-della-corsa-ignorante]

La Svizzera

by roiability on giugno 9, 2012

Questo è quel periodo dell’anno in cui voglio emigrare in Svizzera.
La notizia non è del tutto prevedibile, giacché molti sanno che ho stabilito nella Danimarca la mia definitiva meta, sui tempi di trasloco invece tergiverso ormai da qualche anno.

La prendo alla larga: il mese di giugno è quel mese crudele (ciao Thomas Stearns) in cui molti contribuenti (non tutti!) sono tenuti a compilare una dichiarazione dei redditi relativi all’anno precedente.
Per voi normali e anche un po’ noiosi lavoratori dipendenti questo è un momento come un altro, vai al caf, ti dicono quanto devi, bestemmi un po’ per i soldi che devi tirare fuori, fine della storia.
Per noi fortunatissimi Contribuenti Minimi, invece, (ah! la bella vita del’architetto in partita iva!) la questione si fa vieppiù complessa.
Trattasi di raccogliere tutta la documentazione relativa a tutti i guadagni e le spese dell’anno trascorso, capire quale può essere detratta quale no, andare a cercare sulla guida apposita che cosa era detraibile interamente e cosa al 50%, e poi fare un bel foglio excel (quest’anno per darmi un tono l’ho fatta su Numbers così non posso esportarlo né vederlo da nessun altro apparecchio che non sia il mio macbook morente) e tirare la somma.
E fin qui, se non avete grossi problemi tecnologici, di archiviazione (mumble) o di comprensione di guide dell’agenzia dell’entrate (HAHA), non dovreste avere problemi.
Poi però arriva il bello.
Il bellissimo, mi azzardo a dire.
L’Agenzia delle Entrate invita i suoi contribuenti a compilare la dichiarazione direttamente online (AYEAH! SIAMO FICHI! SIAMO SULLINTERNE!) con il comodissimo software Unico.
Software unico che, però, funziona solo un winzoz: evabe’.
Software unico che funziona su winzoz e che però se non lo salvi in una cartella che abbia un indirizzo molto corto non funziona: e sia.
Software unico che ti guida benissimo fantastico a produrre una dichiarazione. Che però sta dentro il tuo computer.
Ora, per l’invio telematico, la questione si infittisce: bisogna procurarsi un Pin speciale, che si può richiedere solo all’agenzia delle entrate -> perdi una mattinata di lavoro all’agenzia delle entrate per avere il pin o consegnare direttamente la dichiarazione cartacea? State attenti a cosa rispondete, miei piccoli lettori.
Nel primo caso, vi ritroverete con un codice che vi permetterà, sì, di trasmettere la dichiarazione, senza però che questa vada mai in porto.
Parola di lupetto: ci ho provato cinque volte. Quando mi sono infine recata allo sportello dell’agenzia (caso due) il signore mi ha informato che MI MANCAVA UN PLUGIN che non era indicato da nessuna parte ma senza cui l’invio non poteva funzionare. Certo.
Allora ho consegnato al signore dell’Agenzia i miei bravi foglietti coi numerini.
Peccato che questo signore si sia dimenticato (ops!) di scrivere il numero di partita iva e una serie di altri numerelli sparsi.
Insomma tra qualche anno mi arriverà una multa di NENNEMILA euro.

E questo era l’anno scorso.
Quest’anno, invece, hanno cambiato il Regime dei Minimi (al quale modestamente appartengo): nel modulo dell’Unico 2012 il quadro per i contribuenti minimi non c’è più.
Tanto sono tutti morti di fame.

Come vorrei

by roiability on aprile 30, 2012

riuscire a pensare davanti alla pagina bianca di un blog anziché sempre, inconfutabilmente, sotto la doccia.

il mio pane senza impasto

by roiability on aprile 3, 2012

(riassunto delle puntate precedenti)
1.Il signor Jim Haley, proprietario della Sullivan St Bakery di New York, ha inventato un pane così facile da fare che anche un bambino di sei anni (nel video lui dice di quattro) può fare un pane più buono di quello di un panettiere.
Io non ho seguito da vicino la vicenda, ma ho scoperto i fatti in seguito grazie a questo bellissimo post di comidademama, pieno di link alle cose giuste per approfondire l’argomento.
2. Il signor Storvandre con cui convivo da mesi spesso si diletta nella panificazione, che nel suo caso è l’appallottolamento e cospargimento di semi da effettuarsi su impasto acquistato al Pam. Ma noi questo non possiamo più permetterlo.

Se ne deduce che, con i miei tempi, mi sono eventualmente dedicata alla suddetta panificazione, seguendo la ricetta di comidademama (italianizzata), con risultati che giudicherete.

 

ingredienti:

    1. 500 g di farina
    2. un cucchiaino di sale
    3. 2,5 g di lievito di birra fresco
    4. mezzo litro d’acqua


ho sciolto il lievito nell’acqua tiepida e l’ho aggiunto alla farina già salata. poi ho cercato di dargli una forma di palla, raccogliendo tutto con le mani e l’ho messo in una ciotola.

l’ho lasciato su uno scaffale del soggiorno per trenta ore (che sono tantissime ma non avevo scelta) coperto da una pellicola.

si presentava come un blob bollicinoso e ho cercato di rovesciarlo sul piano infarinato (senza riuscirci tantissimo) e fare quella cosa dei bordi; la cosa dei bordi è: tiri un lembo del magma verso il lato opposto a dove l’hai preso, poi di nuovo con gli altri tre spigoli immaginari. dovresti aver spolverato di farina, prima di fare quest’operazione; io ho spolverato tantissimo e alla fine della cottura si vedeva ancora un po’ di farina dentro. se non hai capito l’operazione degli spigoli (non è colpa tua) guardala qui.
L’ho lasciato riposare un quarto d’ora coperto da una pellicola

poi l’ho riempito di semi di sesamo sopra e sotto (girarlo non è proprio un gioco da ragazzi)  e l’ho avvolto in uno strofinaccio in cui l’ho lasciato riposare altre due ore

 

(mentre installavo ICS sul Galaxy S, nota che non c’entra niente)

Dopo circa un’oremmezzo ho acceso il forno a duecentotrenta gradi con dentro la pentola di ghisa in cui avrei cotto il pane.
Dopo due ore si prende il pane e lo si ietta violentemente dentro la pentola incandescente, si copre con un foglio di alluminio (nel mio caso; meglio sarebbe un coperchio ma io nuncellò) e lo si lascia cuocere mezz’ora così.
Poi si toglie l’alluminio e si lascia ancora almeno dieci minuti fino alla doratura desiderata (e qui il forno mi ha abbandonato e non si è dorato per niente, ma vabe’)

Stamattina il consorte ha avuto l’onore dell’assaggio e ha detto che era “assolutamente da rifare, uguale a quello della panetteria” U_U

Da grande faccio la guida del Touring. (non quella rossa) (faccio quella castana)

by roiability on marzo 26, 2012

cripta

Allora ieri sapevo che c’era il blocco del traffico e che Milano ne approfittava per riempirsi di cose belle da fare, era anche il weekend del FAI con le aperture straordinarie di primavera e poi c’era anche la Stramilano (che io dico sempre la faccio poi a questo punto dell’anno sono sempre allenata come una scamorza).
Poi noi abbiamo fatto la prima uscita in moto proprio questo sabato, quindi non è che si avesse troppa voglia di uscire, muoversi, fare cose (fare il koala è uno sporco lavoro eccetera) e poi c’era anche l’ora legale a condire il tutto di surrealtà (“dai ci vediamo alle due” “ma alle due di ieri o alle due di oggi” “famo alle due di domani, va’”)
MA NONOSTANTE CIO’ impavidi siamo usciti alle du-duemmezz-facciamo le tre- no dai tanto ormai- insomma siamo usciti alle tremmezzo per andare in corso magenta che c’era una roba poi invece le bici del BikeMi se le erano fregate tutte (ma insomma! un po’ di rispetto per i pigri!) e quindi niente, in mezz’ora siam riusciti a fatica a raggiungere Missori, tra le bestemmie (mie) al sistema che una volta metto male la bici, quell’altra dice che non ne ha più, etc (siamo in fase di assestamento, presto ci ameremo, sento che può funzionare tra di noi).
Arriviamo in Missori, banchetto del Touring Club: chiedo alla signorina di prenotare due visite guidate per il tour delle quattro, mi dice che in realtà son tutti occupati, ma che in molti non si sono presentati e quindi che possiamo accodarci al gruppo che sta partendo.
La guida ha una giacca in pelle strappona e i capelli riccioli e lunghi, anelli vistosi, un uomo piuttosto strambo, sono sospettosa. Poi comincia a parlare e la giornata svolta. Parla delle alterne vicende della Chiesa di San Giovanni in Conca, di cui oggi a Milano rimane un resto dell’abside originale, tra Missori e l’imbocco di via Albricci, e la cripta; chiesa longobarda ricostruita poi inglobata nella residenza di Bernabò Visconti (la Cà de’ can) e da cui provengono le sculture che oggi si trovano al museo del castello; era stata anche probabilmente luogo termali in tempi in cui la cristianità offriva un sistema di basiliche molto vicino a questo luogo residenziale (resta traccia di una pavimentazione a mosaico). Dice anche una serie di altre cose meravigliose e spiegate bene e io sono totalmente rapita.
Scendiamo a vedere la cripta, due signorine suonano, l’arpa e il flauto traverso, l’atmosfera è sospesa, magica, intensa.
Non è una cripta di quelle con le ossa dei santi dentro, piuttosto un tempio mitraico sopravvissuto, un luogo d’incontro raccolto e di preghiera comune.


Ci ha anche portati a vedere Sant’Antonio, una chiesa con una brutta facciata che sta accanto a una corte decorata in cotto (bellissima!) e con una storia di controriforme e malattie guarite col maiale.
Ora non ve la faccio lunga che poi non mi leggete più, ma insomma ho scoperto delle robe su Milano che non potevo assolutamente sospettare, i 5000 cani di Bernabò, i teatini che vengono premiati per aver guarito la peste, il pantano che era Milano a quei tempi e che resta nei toponimi.
Bello bello.
Bravi questi del Touring.

Io non guardo Sanremo

by roiability on febbraio 19, 2012

però

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(La notte, Arisa, riarrangiata)